T.U. musica Entr’acte (1924) e a seguire proiezione de Il fascino discreto della borghesia (1972)

Luca Favaro T.U. 

T.U. è lo pseudonimo del musicista e compositore italiano Luca Favaro. Come percussionista approfondisce lo studio della musica classica e contemporanea presso il Conservatorio di Musica G. Verdi di Torino e la Hem di Ginevra, per poi dedicarsi alla composizione di musica elettronica utilizzando il PC come principale strumento di lavoro. La produzione musical di T.U. trova le sue radici nel sound design, nella club music e nel field recording, mantenendo l’attenzione su come la tecnologia possa influenzare ed ampliare le possibilità compositive. Ha pubblicato musica con le etichette False Industries (Berlino) e Hide Productions (Milano, Udine), per quest’ultima ha anche sviluppato e programmato diversi device per Max For Live. Ha creato musiche per spettacoli teatrali di Teatro del Mondo (Medea, Elettra) e per il balletto con Eclectica Danza.

Entr’acte (1924)

Regia di René Clair
con Jean Börlin, Inge Frïss, Francis Picabia, Man Ray, Marcel Duchamp
b/n, durata 22 minuti, Francia 1924

Concepito come intermezzo del balletto Relàche di Picabia e di Satie è un cortometraggio di influenza surrealista, i cui episodi fanno il verso all’astratto e alla comica,legati fra loro da nessi analogici e casuali. Non al livello di Bunuel, ma assurdo e irriverente quanto basta a renderlo godibile, e documento di un’epoca in cui il cinema era votato alla provocazione e alla dissacrazione. Più volte imitata la scena del corteo che corre dietro al carro funebre, anche in Italia. È il manifesto cinematografico del dadaismo. Il contesto è quello della scomposizione: erano gli anni degli esperimenti di Joyce e di Strawinski. I nomi del “cast” sono significativi: grandi artisti dell’avanguardia di allora, celebratissimi, come i pittori Picabia, che firmò anche la sceneggiatura, Duchamp e Man Ray, e il compositore Erik Satie. 

a seguire

Il fascino discreto della borghesia (1972)

Regia di Luis Buñuel
con Fernando Rey, Delphine Seyrig, Bulle Ogier, Michel Piccoli, Stéphane Audran 
Col., durata 105 minuti, Francia, 1972

Il geniale regista spagnolo, negli anni ‘70 realizzò, in sequenza tre film, gli ultimi della sua produzione, che sembrano tradurre il suo stato d’animo all’arrivo di una nuova epoca di assestamento e di rivoluzione di valori. Luis Bunũel è stato un regista sicuramente originale che al di là di ogni infatuazione psicoanalitica, anzi persino refrattario ad una valutazione della sua opera in tale senso, ha, per gran parte della sua carriera, realizzato dei film in cui lo stato onirico o il piano surreale del racconto diveniva forma comune della narrazione. Egli stesso definiva le sue sceneggiature come surrealiste. Allo stesso tempo però il suo cinema si conformava ad una realtà possibile, affetta da una alterazione a volte evidente, a volte ricercata che la rendeva invisibile, ma sempre con una sottile marcatura trasgressiva che costituiva il marchio di fabbrica di una mente vulcanica, immaginifica, creatrice di racconti e di affabulazione. È forse per questo che il suo cinema contiene quella traccia di eternità che sembra svincolarlo da ogni tempo e da ogni contingenza, legato come è all’esistenza dell’uomo e alla ineluttabile perdizione che la natura umana si porta dietro.

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